C’è un momento in cui l’opera d’arte smette di essere solo testimonianza del passato e si trasforma in uno specchio dell’anima. È con questa consapevolezza profonda che si è aperto e sviluppato l’evento “Nel tempo della Vita“, un appuntamento che mercoledì 22 aprile ha trasformato le sale del Museo Borgogna di Vercelli in un luogo di autentica riflessione. L’iniziativa ha suggellato una preziosa comunione d’intenti tra le istituzioni culturali e i Club di servizio, promotori di una serata di rara intensità per sostenere economicamente le attività del Museo. La partecipazione è stata straordinaria. I Soci del Rotary Club Sant’Andrea Vercelli presieduto dal Dott. Gianluigi Pollone, il Soroptimist Club Vercelli con la Presidente Avv. Patrizia Longo e l’Inner Wheel Club di Santhià Crescentino con la Presidente Dott.ssa Veronica Gallo, si sono ritrovati insieme alle massime autorità civili e militari e ai loro numerosi ospiti, tra cui il Governatore del Distretto Rotary 2031 Felice Invernizzi, in una cornice d’eccezione. La serata, resa possibile grazie alla Fondazione Museo Borgogna presieduta dall’Ing. Pier Paolo Forte, ha dimostrato quanto sia vitale fare rete per nutrire il tessuto sociale e culturale della città. In una cornice di rara suggestione, il cuore pulsante dell’evento ha visto un dialogo intenso tra Sua Eccellenza l’Arcivescovo di Vercelli, Mons. Marco Arnolfo, e la curatrice del Museo, la Dott.ssa Cinzia Lacchia. Insieme ai canti delle Sorelle della Fraternità della Trasfigurazione, accompagnate al pianoforte da Alessandro Panella, i relatori hanno guidato i presenti in un cammino tra le opere d’arte, dove le tele si sono fatte testimoni del valore della vita, della sua fragilità, della sua bellezza eterna e della pace. Un vero “rallentamento contemplativo”, ovvero un esercizio dello sguardo necessario per andare oltre la superficie cromatica e cogliere il messaggio universale custodito nelle opere.
Il percorso iconografico ha toccato diversi temi. Si è partiti dalla luminosa Resurrezione di Cristo di Bernardino Lanino, dove la luce dorata non è solo un elemento pittorico, ma il simbolo della vita che trionfa sulla morte e sul sonno dell’umanità.
Particolarmente potente è stata la meditazione sul tema del “disarmare”: partendo da Marte e Venere con Cupido di Giuseppe Mazzola, si è sottolineato come l’amore autentico sia l’unica forza capace di spogliare l’uomo delle proprie armi e delle proprie difese, trasformando la violenza in accoglienza. Il concetto di amore ha poi trovato un’eco sorprendente nel realismo di Gaetano Chierici. Nella sua opera La buona matrigna, l’immagine della chioccia che protegge gli anatroccoli è diventata l’icona della cura: l’impegno ad amare e proteggere ciò che non ci appartiene per sangue, ma che ci è affidato dalla vita.
La narrazione si è poi spostata tra le atmosfere veneziane di Giacomo Favretto. In Idillio, gli sguardi complici dei due giovani e il simbolismo del ventaglio rosso hanno celebrato la fragilità e la bellezza dei legami nascenti: un invito a custodire con dedizione quella scintilla iniziale che dà senso al cammino di ogni coppia. Il cerchio si è infine chiuso con la vibrante vitalità di Fior di pesco di Giulio Aristide Sartorio. In questa tela, densa di materia e luce, il bambino ritratto non è solo un affetto familiare, ma il simbolo di un futuro che chiede di essere generato con coraggio e custodito con amore, infondendo speranza in tutto il Tempo della Vita.